Due nuove pubblicazioni di grande interesse edite dal Centro Studi Val Ceno

PER INFORMAZIONI: centrostudivalcenobardi@gmail.com

B. CONTI, C. BARGELLI, R. CARPANINI, P. RAGGIO
“GIULIO ROSSI E GLI EMIGRANTI DELLA VAL CENO”
B. Conti – Giulio Rossi. Storia di un campione
C. Bargelli – Artisti girovaghi e conduttori di bestie selvagge tra settecento e ottocento
R. Carpanini – La storica emigrazione dalla Valle del Ceno
P. Raggio – Un’umanità in cammino

La storia dell’emigrazione dalla Val Ceno appartiene alla nostra storia. Abbiamo voluto approfondire la figura di un nostro emigrato che con fatica e tenacia si è fatto conoscere, ammirare ed apprezzare in terra francese, Giulio Rossi, campione di ciclismo, il primo italiano che ha vinto la Parigi-Roubaix negli anni trenta del secolo scorso. Ma tantissime altre persone nel tempo, emigrando dalle nostre terre, non hanno avuto la stessa fortuna verso il Galles, Stati Uniti e Canada, la Francia. Abbiamo voluto ricordarli con significativi studi per poter approfondire il fenomeno e che possa diventare memoria collettiva della nostra comunità.

CORRADO TRUFFELLI – SERENISSIMA FORTEZZA. VITA AGRA NEL CASTELLO DI BARDI E DINTORNI ALL’INIZIO DEL SETTECENTO – Quaderno n. 24

Il ruolo del Centro Studi Valceno e’ quello di ricostruire con ricerche molto approfondite la storia della nostra bellissima Valle ed in questo libro potrete apprezzare la parte relativa al passaggio, per noi valligiani triste, del dominio dei Principi Landi ai Farnese.
Nella sua storia più che millenaria il castello di Bardi, come ben sappiamo, fu luogo di innumerevoli eventi, scontri, assedi; fu anche, per alcuni secoli, quando era dimora dei Principi Landi, capitale di un piccolo ma autentico Stato che amministrava la giustizia e batteva moneta nelle sue zecche mantenendo stretti rapporti con Genova, Milano, Montecarlo ed altri centri del potere Imperiale. Fu anche, all’inizio del Seicento, il luogo sicuro in cui Federico Landi e sua moglie, la genovese Placidia Spinola, protessero ed allevarono i figli di Maria Landi ed Ercole Grimaldi, rimasti orfani di entrambi i loro genitori in tenerissima età. La generosità del Principe Federico nei confronti del primo nipote Onorato II Grimaldi si espresse nell’educazione del ragazzo proteggendolo nella Fortezza di Bardi (ancora oggi si può vedere la stanza affrescata con i possedimenti dei Grimaldi) e poi fatto studiare a Milano e Firenze, mentre Federico teneva saldamente in mano la rocca di Montecarlo che diventerà poi Principato proprio grazie all’oscuro ed incredibile lavoro del nostro Principe. Pochi decenni dopo, con il passaggio ai Farnese, l’epoca d’oro del castello si chiuse irreparabilmente. Fu ridotto a fortezza periferica e carcere, anche se ciò non significa che, tra le sue mura e attorno ad esse, non pullulasse più la vita, una vita non di rado segnata da miserie e da violenze. Ce ne offre un quadro, talora sorprendente, un «Registro di lettere» che riporta le quasi duecento missive inviate al Duca, nel secondo quinquennio del Settecento, dal castellano, un aristocratico veneziano qui trapiantato per assolvere all’incarico conferitogli dal sovrano parmense. La loro lettura offre un caleidoscopio di eventi, di episodi; mostra una moltitudine di uomini, donne, preti, religiosi, soldati, birri e notabili locali che si agitano, confliggono, si scontrano. Qua e là, proietta sprazzi di luce sul loro modo di viaggiare e di comunicare; sulle cerimonie religiose; sull’incombere del passaggio di truppe straniere; sugli antagonismi tra persone e tra villaggi, in un ambiente in cui coltelli, sciabole e archibugi erano troppo diffusi; su aspetti dell’ordinamento sociale, alcuni dei quali per noi stupefacenti, come nel caso dei «confinati»; sull’amministrazione della «giustizia» e sull’uso disumano del carcere; perfino su alcuni metodi di cura. Sono pagine che consentono di guardare con rinnovato interesse e consapevolezza alle mura e agli ambienti del castello; di rivivere con immediatezza, attraverso la cronaca quotidiana, minuta, talora preoccupata, del castellano il brulicare della vita che si svolgeva al loro interno e attorno ad essi
Una vita a volte agra, tanto che, in un momento di sconforto, tre anni dopo il suo arrivo, il castellano ebbe a scrivere: «Risse, emulazioni, ubriachezze, trappole ed inganni sono le perpetue facende di certi uni qui poco timorati di Dio, e molto meno della Giustizia del Mondo» (18 Luglio 1706; lettera 110) e, l’anno seguente, riferendosi ai bardesi che facevano parte del presidio del castello, li descriveva « assai più peggiori de Turchi inimici della Fortezza.
Ma, forse, non tutto era così negativo, se il castellano trasferì la sua famiglia da Venezia a Bardi e tenne il suo incarico per più di trent’anni…

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